Le rovine di Baalbek-Heliopolis

di Marcello Soave 18/11/2006

 

Pietra della gestante, 21,5 x 4,3 x 4,3 metri, 1200 tonnellate

 

Il tempio di Giove Eliopolitano, santuario di Heliopolis nella provincia romana di Siria, è ora situato a Baalbek (in arabo: بعلبك, traslitterato Balabakk), una cittadina nella valle della Bekaa (in arabo ﺍﻠﺒﻗﺎﻉ, Biqā), capoluogo dell’omonimo distretto in Libano (circa 200 km a Est di Beirut, 1170 m sul livello del mare), ed è uno dei siti archeologici più importanti del Medio Oriente; infatti è stato dichiarato nel 1984 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

E’ noto per comprendere nel basamento del tempio dei monoliti di grandezza e peso incredibili.

L’orientalista russo Zecharia Sitchin spiega questi ritrovamenti dicendo che il tempio romano è stato costruito su un sito preesistente che sarebbe stato costruito da alieni (Annunaki provenienti dal pianeta Nibiru) nel 10.500 a.C. come base di lancio per astronavi (una specie di antica Cape Canaveral).

 

 

 

Il toponimo è legato al sostantivo báal o bēl che in varie lingue dell'area semitica nord-occidentale (come l'ebraico, il cananeo, e l'accadico) significa "signore". Il termine Baalbek significherebbe dunque "signore della Bekaa". Il nome ebraico di Baalbek è “Bath-Shemesh”, ovvero la “Casa di Shamash”, nome semitico del dio sumero Utu.

L’archeologia ufficiale spiega che le origini di Baalbek risalgono a due insediamenti cananei che gli scavi archeologici sotto il tempio di Giove hanno permesso di identificare come databili all'età del bronzo antica (2900-2300 a.C.) e media (1900-1600 a.C.). In questo periodo il santuario era probabilmente dedicato alla triade Adad-Ishtar-Shamash (che nella forma sumera diveniva Ishkur-Inanna-Utu).

 

Ricostruzione del sito

 

In epoca ellenistica, sotto il dominio dei Tolomei, sostituito definitivamente dal 198 a.C. con quello dei Seleucidi, la città fu ribattezzata con il nome di Heliopolis ("città del sole") e il tempio dedicato al dio del sole egizio Ra e al dio del sole greco Helios. Il cortile del tempio fu modificato e alla sua estremità occidentale venne iniziata la costruzione di un tempio di forme greche per il quale l’archeologia ufficiale pensa che in questo periodo si costruì una gigantesca piattaforma (88 x 48 m). Per questa costruzione vennero impiegati blocchi colossali: i tre che costituiscono il cosiddetto τρίλιθον (trilithon) pesano circa 750 tonnellate ciascuno, mentre un quarto blocco, di dimensioni ancora maggiori (21.5 m di lunghezza con una sezione quadrata di 4.3 m di lato), oggi conosciuto con il nome di ﺣﺠﺮ ﺍﻠﺤﺒﻠﻰ (hagar al-hubla o "pietra della gestante") o anche hagar el gouble (“pietra del Sud”), venne abbandonato nella cava.

Dopo la conquista romana nel 64 d.C. ad opera di Pompeo la triade divina fu identificata in Giove-Venere-Mercurio. Nel 15 a.C. il santuario entrò a far parte del territorio della Colonia Iulia Augusta Felix Beritus, l'odierna Beirut. L'edificazione del tempio fu nuovamente intrapresa sulla piattaforma ellenistica e si concluse in diverse tappe: il tempio vero e proprio (tempio di Giove) fu terminato nel 60 d.C., sotto Nerone, e contemporaneamente venne edificato l'altare a torre che precede il tempio. Sotto Traiano (98-117) si iniziò la sistemazione del grande cortile. Sotto Antonino Pio (138-161) venne eretto il tempio di Bacco. I lavori, inclusi quelli riguardanti il tempio di Venere, vennero completati durante la dinastia dei Severi, e in particolare sotto Caracalla (211-217). Sotto Filippo l'Arabo (244-249), imperatore romano nato nella vicina Damasco, fu infine costruito il cortile esagonale del santuario. In quest'epoca Heliopolis, elevata da Settimio Severo (193-211) al rango di colonia di diritto italico con il nome di Colonia Iulia Augusta Felix Heliopolis, divenne il centro principale della provincia della Syria-Phoenicia, istituita nel 194 con capitale Tiro.

Con l'avvento del cristianesimo e la promulgazione dell'Editto di Milano, il santuario iniziò una lenta decadenza, accelerata probabilmente dai crolli dovuti ai terremoti. Le prime trasformazioni si ebbero sotto Costantino I (306-337), che secondo Eusebio di Cesarea vi istituì una sede vescovile e decise la costruzione di una chiesa. L'imperatore Teodosio I (379-395) distrusse le statue pagane, fece radere al suolo l'altare-torre per erigere nel grande cortile una basilica cristiana e trasformò in chiese sia la corte esagonale che il tempio di Venere. L'imperatore bizantino Giustiniano (527-561) ordinò infine di asportare otto delle colonne del tempio di Giove affinché fossero riutilizzate nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli.

Trilithon: pietre lunghe tra 18 e 20 m e pesanti 1000 tonnellate

 

In seguito alla conquista araba del 637 da parte di Abū Ubayda ibn al-Ğarrāh, l'acropoli del complesso templare venne trasformata in cittadella fortificata (ﻗﻠﻌﺔ, qal ‘ah) e venne costruita la grande moschea in stile omayyade, oggi in rovina. La città passò, dopo l'età omayyade e quella abbaside, sotto l'amministrazione fatimide che la scelse come capitale di governatorato (wilāyah) nel 972, all'epoca dell'Imām al-Mu’izz. Occupata per breve tempo dai Bizantini di Giovanni Zimisce nel 974, Baalbek divenne nel 1025 dominio dei Mirdasidi, guidati dal principe di Aleppo Sālih ibn Mirdās, e infine dei Selgiuchidi di Tutuš nel 1075. Fu poi la volta del dominio zengide, prima di essere conquistata da Salāh al-Dīn ibn Ayyūb nel 1187. La cittadina rimase dominio ayyubide fino al 1282 quando venne conquistata dal sultano mamelucco Sayf al-Dīn Qalāwūn al-Alfī, detto al-Malik al-Mansūr ("il sovrano reso vittorioso da Dio"). La città fu saccheggiata dalle truppe mongole guidate da Hülegü Khan nel 1260 e ancora dall'esercito di Timur nel 1401. Dopo il 1516, Baalbek entrò a far parte dell'impero ottomano, all'interno dell'eyalet (governatorato) di Damasco.

 

Foto del tempio detto di Bacco ma più probabilmente di Mercurio

 

Successivamente alcuni audaci esploratori europei iniziarono a visitare le rovine: il primo fu Martin Baumgarten, nel 1508. Due secoli dopo, nel 1751 Robert Wood visitò il luogo con l’artista James Dawkins. Altri viaggiatori furono Volney (1781), Cassas (1785), Laborde (1837), David Roberts (1839). Una prima spedizione scientifica fu condotta nel 1873 dal Fondo di Esplorazione della Palestina e in seguito alla visita dell'imperatore Guglielmo II di Germania vi venne condotta una missione archeologica tedesca (1898-1905), guidata da Otto Puchstein, durante la quale furono effettuati i primi restauri. Dopo la prima guerra mondiale altre missioni si ebbero durante il Mandato francese ad opera di C. Virolleaud, R. Dassaud, S. Ronzevalle, H. Seyrig, D. Schlumberger, F. Anus, P. Coupel e P. Collard. Dopo l'indipendenza del Libano nel 1943 le operazioni di restauro e conservazione passarono sotto l'egida del Servizio delle Antichità del Libano (H. Kalayan).

 

Fin qui la storia ufficiale, ma gli ufologi sostengono anche le tesi di uno studioso russo, Zecharia Sitchin, che traducendo le tavolette sumere ha ricostruito la storia primigenia dell’umanità, che secondo lui sarebbe il risultato di un esperimento genetico volto a creare un “servo sciocco” utile per i lavori di miniera. Servo di chi? Degli alieni (Annunaki) che facevano la spola tra la Terra ed il loro pianeta Nibiru (del nostro sistema solare) per portare grosse quantità d’oro, utile non come metallo di conio monetario ma come materiale stabilizzante della loro rarefatta atmosfera. Secondo Sitchin i Romani consideravano il sito come l’attestazione della supremazia di Giove. Chiamandolo Iove (forse eco dell’ebraico Yehovah), essi iscrissero sul tempio e sulla sua statua principale le iniziali divine I.O.M.H., acronimo di Iove Optimus Maximus Heliopolitanus: Giove Ottimo Massimo l’Eliopolitano. La triade Giove-Venere-Mercurio aveva un’origine semitica più antica, che a sua volta derivava dal pantheon sumerico. La triade più antica era capeggiata, sembra, da Adad, che ottenne in sorte da suo padre Enlil “le terre montuose del nord”. Ishtar costituiva l’elemento femminile della triade. Il terzo elemento era l’auriga celeste, Shamash, il comandante degli astronauti preistorici. Dagli autori del Libro di Enoch sappiamo che il carro di Shamash “era guidato dal vento”. Secondo Sitchin Baalbek era uno dei punti dei corridoi di volo degli Annunaki di Nibiru. A Baalbek si conservava una “pietra dello splendore” (Omphalos), una pietra conica che “sussirrava messaggi incomprensibili all’uomo”, che “lanciava le parole” (oggi diremmo una radio). L’origine delle pietre coniche sembra si debba ricercare in Egitto perché conica era la “Camera celeste” (il Ben-ben) con il quale il Dio scese in Terra.

 

Un’antica moneta trovata a Biblo (la biblica Gebal)

 

Dall’Antico Testamento sappiamo che Yahweh, il Signore della Bibbia, era acerrimo nemico di Baal e quando l’influenza di Baal crebbe tra gli Israeliti in seguito al matrimonio tra il loro re e una principessa cananea, il profeta Elia organizzò una battaglia tra Baal e Yahweh sul Monte Carmelo. Fu Yahweh ad avere la meglio e i 300 sacerdoti di Baal furono giustiziati. Baal, all’insaputa del “Cielo” – il governo del Dodicesimo Pianeta, il Pianeta degli dei – stava allestendo un centro di comunicazione clandestino, dal quale poter comunicare con tutte le parti della Terra, oltre che con la navicella spaziale in orbita attorno alla Terra. Era il primo passo verso il dominio su tutta la Terra. Tutto ciò si verificò attorno al 2900 a.C. L’Antico Testamento attribuiva a Yahweh il dominio sulla Cresta di Zaphon (Salmo 29). Ora sembra che la Cresta di Zaphon era il “luogo dell’atterraggio”, la “montagna del Cedro” dell’epopea di Gilgamesh, la “dimora degli dei”, il “crocevia di Ishtar”, cioè Baalbek.

Esite un riferimento nella letteratura sumerica al sito di Heliopolis. Ne “Il libro perduto del dio Enki” di Zecharia Sitchin ci sarebbe la traduzione testuale di alcune tavolette sumeriche. Nel secondo paragrafo della 4a tavoletta (pag. 109) si dice:

Questo è ora il racconto del ritorno di Anu (sovrano di Nibiru ai tempi della colonia terrestre, anche nome di Urano, n.d.r.) a Nibiru (pianeta natio degli Annunaki, dodicesimo del nostro sistema solare); e di come Alalu (deposto re di Nibiru, scappò sulla Terra e vi scoprì l’oro)  venne sepolto su Lahmu (Marte), di come Enlil sulla Terra costruì un Luogo dell’Atterraggio. Su Nibiru un caldo benvenuto fu tributato ad Anu. Al consiglio e ai principi Anu raccontò quanto era accaduto. Non cercò da loro né pietà, né vendetta. Per poter discutere i compiti che li attendevano, diede loro informazioni. Illustrò un grande progetto a tutti coloro che erano lì riuniti: creare delle stazioni di passaggio tra Nibiru e la Terra, così da racchiudere tutta la famiglia del Sole in un solo regno! La prima sarebbe stata costruita su Lahmu, anche la Luna doveva essere inclusa nei progetti. Costruire stazioni sugli altri pianeti o sulle loro schiere orbitanti. Una carovana costante di carri da rifornire e proteggere. Trasformare senza interruzioni l’oro dalla Terra a Nibiru, forse scoprire l’oro anche su altri pianeti! I principi, i consiglieri, i saggi presero in esame il progetto di Anu. Tutti loro videro nel progetto una promessa di salvezza per Nibiru. I saggi e i comandanti perfezionarono la conoscenza degli dèi celesti. Ai carri e alle navi celesti venne aggiunto un nuovo tipo di navicella spaziale. Eroi (astronauti) vennero selezionati per il compito; molto vi era da apprendere per assolvere a questo compito. I progetti vennero irradiati a Enki (dio sumerico della Saggezza, figlio primogenito di Anu e fratello di Enlil) e a Enlil (Capo della colonia terrestre degli Annunaki, figlio secondogenito di Anu ma erede perché legittimo), venne detto loro di accelerare i preparativi sulla Terra. Sulla Terra vi furono molte discussioni su ciò che era successo e su ciò che doveva ancora essere fatto. Enki nominò Alalgar (pilota di navicella spaziale) Supervisore di Eridu (primo insediamento sulla terra fondato da Enki, nell’attuale Irak), poi diresse i propri passi verso l’Abzu (dominio di Enki per l’estrazione dell’oro, situato in Africa sudorientale, nell’attuale Zimbabwe). Stabilì dove estrarre l’oro dalle viscere della Terra. Calcolò quanti eroi fossero necessari per il compito, riflettè sulla scelta degli strumenti necessari: con ingegno Enki progettò uno Spaccaterra, domandò che fosse costruito su Nibiru. Per poi usarlo per incidere la Terra, per raggiungere le sue viscere con dei tunnel. Progettò anche Ciò Che Frantuma e Ciò Che Schiaccia, perché fossero costruiti su Nibiru per l’Abzu. Chiese ai saggi di Nibiru di ponderare anche altre questioni. Elencò le esigenze degli eroi nel campo della salute e del benessere. I circuiti veloci della Terra disturbavano gli eroi. I cicli veloci di giorno e notte causavano loro le vertigini. L’atmosfera, pur se buona, era carente di alcune cose, in altre, invece, abbondava. Gli eroi si lamentavano della scarsa varietà di cibo. Enlil, il comandante, soffriva a causa del calore del Sole sulla Terra, bramava refrigerio e ombra. Mentre Enki faceva preparativi nell’Abzu, a bordo della nave celeste Enlil esplorava le dimensioni dell’Eden. Prese nota delle montagne e dei fiumi, misurò vallate e pianure. Cercava un posto idoneo al Luogo dell’Atterraggio, un luogo per le navicelle spaziali. Enlil, afflitto dal calore del Sole, cercava un luogo di refrigerio e ombra. Fu attirato dalle montagne coperte di neve sul versante nord dell’Eden. Gli alberi, più alti di quanto avesse mai visto prima, crescevano in una foresta di cedri. Lì, su una valle montuosa, irradiò i raggi per appiattirne la superficie. Dal fianco della montagna gli eroi cavarono grandi pietre e le tagliarono. Le portarono e le sistemarono per sostenere la piattaforma per le navi spaziali. Compiaciuto Enlil ammirò l’opera. Era stato compiuto invero un lavoro immane, una struttura eterna era stata creata!

 

Quindi se diamo credito alla traduzione di Sitchin di queste tavolette sumere (traduzione che altri assirologi potranno benissimo confermare o confutare), dobbiamo dedurre che il Libano orientale era stata la sede scelta da Enlil per creare lo spazioporto Terra-Nibiru. Oltre all’evidenza della Pietra della Gestante e ai Trilithon a Baalbeck, bisogna far notare che i cedri di cui si parla nel testo sumerico sono tipici del Libano, tant’è che sono famosi nell’Antico Testamento e ancor’oggi i Cedri del Libano. I Libanesi ne vanno tanto fieri che gli hanno inseriti nella loro bandiera nazionale!